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La PNL ed i Motivatori

PNL = Prego Non Leggere (se non seriamente intenzionati) di Umberto Porri

Chi mi conosce sa bene cosa penso della PNL e quindi può anche dedicare il suo tempo ad altre letture, dopo aver visionato il filmato, s’intende. Per gli altri però (e penso anche al variegato mondo dei formatori) voglio spendere due minuti per sottolineare un pò di cosette.

Considero la PNL una disciplina troppo seria per essere così bistrattata da tutta una serie di “docenti” che ne hanno una conoscenza approssimativa; personalmente, dopo la lettura di quel paio di testi dei signori Bandler e Grinder, ho ritenuto utile chiudere là la questione, non ritenendomi interessato a tale specializzazione per le ragioni che trovate in fondo a questo testo.

Credo, tuttavia, che pochi in Italia abbiano fatto un percorso approfondito di tale disciplina, e oggi operano in ambito spesso terapeutico, mentre numerosi sono gli autonominati esperti in PNL applicata al comportamento organizzativo e li troviamo impegnati, anzi super-impegnati in seminari aziendali per addetti alle vendite o per migliorare il clima interno e altre cose del genere. Il loro successo è dovuto alla semplificazione delle questioni angustianti e al senso di benessere che induce: è molto semplice adottare quelle quattro formulette di comunicazione verbale e non verbale.

Per cui, sostituendo i termini “problematici” (ops, ho già violato il primo principio della scienza in questione) con altri che riducono l’ansia e spengono il sorriso che dovrebbe invece rimanere stampato sulle labbra dei discenti (a rischio di confermare il noto detto latino “risus abundat in ore stultorum”), evitando certi gesticolamenti di mani e braccia, come pure prestando massima attenzione a come prendiamo le posture, a come roteiamo gli occhi, aggrottiamo fronte e ciglia o gestiamo gli spazi che la prossemica ci assegna, possiamo ottenere adeguate e positive risposte dai nostri interlocutori, e vivere felici e contenti.
Peccato che questo genere di consigli agiscano sugli effetti e non sulle cause. Se io sono incazzato per via che ho cannato un progetto non sarà certo questo ricorso al pensiero positivo o al sorriso derivante dal comandamento neurolinguistico che capirò il perché del mio disagio (si può dire? È che al momento non mi vien di meglio).
Naturalmente il bravo supporter della PNL cercherà di stroncare questa mia dicendo che, comunque, nemmeno un comportamento caratterizzato da una sfilza di parolacce e facce alla John Wayne in mezzo ad uno stuolo d’indiani inferociti, risolve la questione. Infatti, siamo d’accordo. La mia e la nostra posizione non è nessuna delle due. La ricerca delle cause che hanno portato certi nostri comportamenti a risultati deludenti è il modo ovvio, fin che volete, di avvicinarsi a nuove modalità di comportamento e di pensiero. Ma in questo ci sta anche un porca pupazza e una scarica liberatoria di energia prima che questa, troppo a lungo repressa e mascherata da faccine col sorriso e linguaggi artefatti, esploda quando meno ce lo aspettiamo, alla facciaccia, appunto, dei guru della PNL! (notare il punto esclamativo!).
Il fatto è che il genere di raccomandazioni di una PNL semplicistica e sempliciotta assomiglia tanto a quel concetto di Watzlawick esemplificato nel celebre paradosso comunicativo “sii spontaneo” o nel (meno?) noto concetto di doppio legame batesoniano.

Personalmente preferisco i tentativi di comprensione delle situazioni che contengono l’avvertenza del quasi dimenticato Lacan: la “realtà” non potrà mai essere del tutto compresa poiché è una combinazione caleidoscopica di reale, simbolico e immaginario.

Combinazione che contiene sempre un’assenza: quella della parola che freudianamente esce dall’inconscio e non ne siamo mai veramente padroni (v. lapsus e pluralità di significati). Da qui l’altro concetto lacaniano: la responsabilità etica del soggetto; discorso che si fa filosofico e riporta all’altro pensatore a me caro: il maestro Focault. Credo che prima di prendere la scorciatoia della PNL spiegata al popolo occorrerebbe formarsi sui testi, certo più ostici e difficili, dei due grandi. Ma forse, è proprio il voler evitare l’incontro con parole e pensieri difficili e mai definitivi che sta alla base delle semplificazioni e relative falsificazioni (Popper) delle ricette di una formazione macdonaldizzata.

E con questo posso spiegarmi il basso (dovrei dire “relativo”?) successo del nostro approccio a fronte di tanti imprenditori che chiedono alla formazione ricette prêt-à-porter anziché apprendimento sartoriale.

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Gestire l’ansia e affrontare al meglio un colloquio

[dropcap]Q[/dropcap]uali sono gli aspetti da tenere sotto controllo durante un colloquio di lavoro?

Come gestire l’ansia che precede qualsiasi appuntamento che può decidere del nostro futuro lavorativo?

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La prima impressione che diamo di noi durante un colloquio è determinante, ecco perché è meglio gestire l’ansia e trasformarla in una risorsa.

Nel nuovo numero di Lavorando affronteremo questi e altri importanti aspetti del difficile lavoro di trovare un impiego.

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